L’immortale

Jean Renò non l’ho mai sopportato abbastanza: Wasabi sembrava il punto di non ritorno, ma ne L’immortale sembra aver perso la sua aurea di simpaticone, e questo mi sta bene. L’altra caratteristica dell’attore è l’immortalità, o la difficoltà a farlo fuori, e il regista ha pensato a lui, mi sa tanto, per L’immortale. Dopo un attentato, in cui tutti gli eroi buoni di Hollywood sarebbero morti, lui non muore, e medita vendetta.

Credevo che il polar fosse solo quello di Ronin, diretto peraltro da Frankenheimer, un americano, ma mi sbagliavo. Dopo lo stordimento dei minuti iniziali, in cui succede di tutto, e i personaggi vengono introdotti come ho visto poche volte, inizia un film in cui tutto ciò che si era detto dei gangster, o dei criminali, sembra svanire all’ombra di uno script con tanti punti di originalità. Non penso al montaggio, non penso agli attori (mi sa che per ogni film mi innamoro di un’attrice: qui Fani Kolarova), ma a qualcosa che, mi viene in mente solo ora, si avvicina a 36 Quai des Orfevres, dove i francesi sembrano aver inventato un genere che in America non hanno mai, dico mai, tentato di replicare. Un finale come quello de L’immortale sembra tanto hollywoodiano, ma come ci si arriva è una faccenda tutta d’Oltremanica.

Uscito il 5/11/10.

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