J. Edgar

Un atto dovuto del cinema americano, almeno io la vedo così. J. Edgar Hoover è stato a capo dell’FBI per diversi decenni, e non potevano esimersi dal fargli un biopic, visto il suo coinvolgimento nella storia americana. Non penso però a James Ellroy, che gli ha dedicato molte pagine nella sua trilogia americana, e se non era già uno stinco di santo, nei libri che ripercorrono le vicende più oscure della democrazia per eccellenza fa una figura pessima, quasi non fosse direttore dell’FBI, ma una figura di disturbo. Leggete, per favore, i libri di James Ellroy, così potrete sognare di vederli al cinema in due o tre trilogie. Io sono arrivato al secondo romanzo, quando si introduceva Richard Nixon, quindi fate voi, immaginate come si potevano scontrare due figure così.

Clint Eastwood riesce a farne un ritratto che supera le malefatte, e introduce la presunta omosessualità quasi con tenerezza, e si scontrano le idee retrograde di Hoover e quelle del regista, che si definirebbe di destra se non fosse per quella mano così dubbiosa, tollerante, riflessiva, oserei dire democratica, che ci pone dei dubbi da diversi lustri. Come non pensare a Million dollar baby (eutanasia), a Invictus (razzismo), a Changeling (pena di morte) quando si guarda il biopic in questione? Hoover era un personaggio controverso, a tratti geniale, che ha portato la criminologia nel futuro, ma con fisime che superano le mere preferenze sessuali, come i ricatti fatti con i testi delle intercettazioni alla mano, anche tramite gli incontri con i presidenti appena eletti. Come quindi rapportarsi ad uno come lui? E’ quasi impossibile farne una sintesi, si deve prendere qualcosa e lasciare indietro molto altro, altrimenti non basta neanche una biografia. Eastwood ripercorre i primi anni dell’FBI con i successi e il mancato appoggio dello Stato, ci fa vedere Lindbergh, si accenna a Dillinger (perché, non meritava più spazio?), si ferma sui radicali e i bolscevichi, con un ritmo molto sostenuto (non confondete lentezza con ignoranza, quindi poco interesse, sul secolo scorso, anche se non è storia nostrana), con un Hoover fermo nel voler far progredire la criminologia. Ma è questo che interessa al regista? Non penso. Leonardo Di Caprio ha iniziato a crescere dopo The aviator, film di Martin Scorsese su Howard Hughes (anche lui nella Trilogia americana), e ci vedo molte similitudini, nei personaggi, nelle interpretazioni e nella mano del regista (certe scene sono intercambiabili… o forse mi confondo per lo stesso doppiatore usato per l’attore protagonista?). Come Scorsese quindi Eastwood va nel privato, dal coinvolgimento personale negli attentati del ’19, foriero forse della personalità, alla proposta di matrimonio a colei che diventerà la segretaria personale, dal rapporto con il suo secondo a quello con la madre, importantissimo quest’ultimo per il rapporto con il suo vice (e non sembra ci fosse altro ad impedirlo).

Quanti tentennamenti su questo film…Eastwood ha fatto dei passi falsi, quindi dovevo informarmi molto meglio delle altre volte, anzi, dovevo solo informarmi, senza andare a vederlo ad occhi chiusi, consapevole che le aspettative vanno a volte coltivate. Il fatto che J. Edgar non fosse una cronaca della Storia americana fatta con gli occhi del protagonista mi lasciava dubbioso, ma il “club Clint” negli ultimi anni non ha mai mancato un appuntamento del regista, anche se c’erano le solite lodi sperticate, anche se Hoover non era solo il primo e a tratti l’unico direttore dell’FBI. Però i primi minuti valgono tutti il prezzo del biglietto, con salti temporali improvvisi e immotivati, ma comunque ben montati, come il resto del film, che fila liscio come poche volte nei biopic. J. Edgar normalmente verrebbe coinvolto nelle nomination agli Oscar, ma se dessero quello per l’interpretazione di Leonardo Di Caprio mi ribellerei, perchè l’attore ha dato molto di più in altri film (The departed?), e Eastwood non si merita ancora l’ennesimo premio per la regia. E’ un buon film, limitato dai sogni delle mie prime righe, ma non merita di essere osannato per la recente filmografia del regista. E’ solo un primo passo per farlo tornare tra i grandi registi, nient’altro.

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