François Truffaut: da Le due inglesi (1971) a Finalmente domenica! (1983)

Bellissima maratona, roba da 3 film al giorno, ma ne valeva la pena, eccome!!!

Le due inglesi. Si torna al dramma, al melò per la precisione, e se non fosse per il realismo delle scene di sesso, per la rivelazione sulla malattia di Marion, sarebbe un film troppo semplice. Altri toni, un’altro triangolo, altri motivi per rimpiangere il regista. (1949° nella Top 2500…lavoro troppo faticoso per non approfittarne dappertutto)

Mica scema la ragazza! Truffaut cambia genere come niente, e nella commedia prenderebbe ad esempio Billy Wilder. La donna però è ancora più centrale, gli uomini apparentemente sfruttatori eppure bidonati. Col Castoro ricordavo i 4 protagonisti del flashback, ma neanche il sociologo riesce a sfuggirle, è stato il libro a ricordarmelo. Tutto appare troppo esagerato per trovarci motivi di riflessione, cosa peraltro difficilissima con una ragazza così.

Effetto notte. Un lavoraccio che ti porta a rivedere un film visto almeno una mezza dozzina di volte. Questa volta senza il fascino del cinema, senza la sorpresa per i suoi meccanismi, conoscendone quasi tutta la trama. Ed invece il film da Oscar è riuscito a sorprendermi un’altra volta. Mi sono accorto della notevole colonna sonora, ma anche di altra roba, con l’aiuto della filmografia completa o delle letture. Ad esempio torna Jean-Pierre Léaud, e non si può pensare ad Antoine Doinel, specie se il personaggio riuscisse a fare l’attore, quindi a quando vuole andarsene dal set, anche se è una delusione sentimentale a muoverlo. E’ anche una sintesi, un omaggio al cinema passato, ed insieme un punto di arrivo, se si pensa a come la Nouvelle Vague non volesse set, anzi, mi pare fosse proprio Truffaut a volere delle ambientazioni non costruite. Poi ci sono le citazioni, i dejavù…(326)

Adele H. – Una storia d’amore. Oddio, un dramma in costume, un melò….Stavo per rinunciare, ma la Adjani neanche ventenne mi ha fatto desistere. Con il proseguire della visione poi mi sono accorto che Adele non era la solita innamorata non corrisposta, ma aveva un’identità sfuggente, e per questo si fatica a seguirne le sorti. La figlia di Victor Hugo, la cui vita è romanzata al di là del previsto, piano piano, da un amore contrastato e che fa fare cose impossibili, entra in un vortice che la conduce a non riconoscere nemmeno l’amato, in una scena struggente come poche. (607°)

L’uomo che amava le donne. Prima è venuto Fahrenheit 451, poi il remake americano di questo film di Truffaut, rivisto qualche tempo fa, ma che ha perso tutto il suo fascino. Anche qui l’amore è impossibile, il rapporto uomo-donna non è giustificato se si è vittima di una botta sentimentale mica da ridere. Cosa cambia? Qualcosa di autobiografico (impossibile non notare il giubbino di pelle, usato anche da Truffaut in Effetto notte), l’amore per la letteratura, niente che accomuni l’amatore seriale a Casanova o Don Giovanni, e le tante, tantissime donne, alle quali viene dato molto più spazio che al protagonista. E poco erotismo. (990)

La camera verde. Il più metafisico? Nel Castoro si dice che non si parla di morte, ma di oblio, e che andrebbe visto con filosofia. Ha preso Henry James come ispirazione, anche per il suo culto di un’amata morta, ma io, da profano, non potevo che rimanere affascinato dal colloquio col religioso e dalla risistemazione della cappella, con le foto delle persone amate e morte da Truffaut, ancora protagonista. (1043)

L’amore fugge. Ancora Antoine Doinel, ma con dei flashback che scoraggiano, visto che sono presi da I 400 colpi e da Antoine e Colette, non ancora visti. E, mi pare d’aver capito, ci sono delle scene girate per l’occasione, in bianco e nero. L’amore fugge è una canzone popolare, amate dal regista, e pensavo fosse per l’improvvisa salita nel treno a causa di Colette, proprio il primo amore di Antoine. Invece ritorna, del resto il personaggio si innamora di una foto ed è diventato romanziere. Ci sono pure delle vicende collaterali che potrebbero far pensare ad un’altro film, ma siamo nel ’78, sei anni prima della morte del regista, sempre troppo presto….

L’ultimo metrò. Uno dei film di Truffaut più di successo, ed era veramente il caso fosse così. Mi sono subito fatto coinvolgere dall’ambientazione, la Parigi occupata dai nazisti e che andava in cerca di luce e calore nei teatri, ma tutto ciò viene trattato con poca partecipazione, tanto che c’erano delle accuse verso il regista, dicevano che non prendeva le parti di nessuno. La trama poi, letta da qualche parte, anticipava delle situazioni piuttosto interessanti, ma è un film sul teatro, quindi, per mia ignoranza, mi son perso le cose buone fatte. Rimane un bel film, ma il non eccessivo coinvolgimento dei personaggi nella Storia, a parte un riconoscibile Depardieu, è forse la fisima del film. (1174)

La signora della porta accanto. Inizierei volentieri ad adorare la Ardant, a questo punto, ma c’è dell’altro. Come può finire una storia d’amore tra una donna ed il personaggio di Depardieu? Male, ed il marito di lei e la moglie di lui pare comprendano più del dovuto, visto che l’amore si distrugge, ma la famiglia no…Che sia un altro leit-motiv delle idee del regista? Qui impara a limitare, a limare, a star dietro ai personaggi piuttosto che alle scenografie. E c’è quel bel personaggio della donna del club tennistico, che come al solito non permette di sottovalutare i personaggi secondari. (569)

Finalmente domenica! Ohhhh, e solo alla fine, l’omaggio a Hitchcock. E’ anche un bell’esercizio di stile, visto che dubitavo di aver registrato bene il film da RaiMovie (questo, Jules e Jim ed Effetto notte sono gli unici registrati da canali gratuiti) per il bianco e nero, ma anche per l’impossibilità di datare le vicende. Dal podcast di Hollywood party mi dicono che c’è tutto del regista inglese, e Truffaut ci aggiunge il tono da commedia, in mano a Fanny Ardant (ed alle sue gambe, lunghissime…). A questo punto sono curioso di leggermi l’intervista fatta al maestro del brivido, ma credo che sia una cosa da procrastinare. (1804)

Con questo la vita e la carriera di François Truffaut si interrompe. Troppo presto, visti i risultati, viste le prospettive, non lo dice solo Il Bibliofilo.

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