Clint Eastwood – Da Fino a prova contraria (1999) a J. Edgar (2011)

Un’impresa grandiosa, colossale, difficile e comunque impagabile, interrotta solo con la perdita di Flags of out fathers e di Invictus, visto, ma con la sensazione che Rete4, alcuni mesi fa, abbia tagliato, e parecchio.

Come nel precedente post, se c’è un link nel titolo vuol dire che ne ho già parlato.

Fino a prova contraria. Nel Castoro se ne parla male, si cerca di salvare il salvabile, mentre Mereghetti trova qualcosa di buono. Non mi ricordavo esattamente il film, del resto a cavallo del 2000 non avevo le possibilità che ho ora, e apprezzavo ciò che sputava il distributore delle vhs, anche se non ne sapevo nulla. Il libretto dice che è un film commerciale, basato solo sul fiuto del giornalista, non sulla volontà di salvare il condannato a morte, un ruolo che comunque cozza con la regia, in cui vengono esaltati i rapporti del dead man walking con la moglie e la figlia, oppure i personaggi secondari, al limite della sopportazione in alcuni casi (il cappellano del carcere l’avrei ucciso), ed il paternalismo…ma non era umanitarismo? Devo smetterla di fidarmi dei Castoro…Diciamo pure che non ha lasciato il segno, anzi ha fatto rientrare per poco Eastwood nel gruppo di anziani da non seguire più. Ma il mio rapporto con il regista/attore è sempre stato contrastato.

Space cowboys. Altro film di cassetta. La Warner non aveva più fiducia in lui, e Clint ammette che è stato un passo indietro. Il Castoro conferma, e dice che il film è solo nelle immagini e nella canzone finali…Sono abbastanza d’accordo, anzi, vi dico che la prima parte è godibile, la seconda la puoi invece passare sullo smartphone, non ti perdi niente se sai di Armageddon o simili…Anzi, no: c’è tutta la storia del progetto passato ai russi in piena guerra fredda, ed è la cosa più interessante, se non fosse per come la risolvono, americanata in prospettiva.

Debito di sangue. Stavo per spendere parole splendide per questo film, immaginando che fosse un film drammatico, con un presupposto perlomeno interessante, visti i film successivi, quello del cuore trapiantato e che porta un impegno doloroso e quasi mortale…No, siamo da tutt’altra parte, e non posso ricordarmi tutto ciò che ho già visto, altrimenti non avrei tempo per il blog. E’ un thriller, e Marc Eliot, biografo di Clint, ci tiene a sottolineare che è stato superato in incassi perfino dal più imbolsito Pacino di sempre, quello di S1m0ne. Il Castoro cerca anche qui di salvare, tipo la spiegazione che c’è comunque uno dei soliti elementi del regista, il martirio, ma poco dopo sbeffeggia Helgeland, lo sceneggiatore. Inoltre tornerebbe qualche dejavù di Callaghan, e così sarebbe troppo facile. Citando: “il cinema di Eastwood non è un sistema coerente, e si adatta invece alle esigenze del momento”, frase che fa il paio con le parole del Mereghetti, in cui dice che non si può andare in cerca sempre e comunque del classicismo del regista.

The blues – Piano blues

Mystic river e Million dollar baby, in Top 100. Ne parlerò nei prossimi anni.

Flags of our fathers. Altra nota dolente dei giorni scorsi, perché fidarsi insieme di Mediaset Premium e del dvd-recorder è cosa quasi desueta, ed ecco che ho visto solo una prima parte, più comprensibile comunque delle altre volte, visto che son riuscito a seguire i flashback e le vicende di tutti. Non sono arrivato alle scene del monte dell’isola, ma diciamo che me le ricordo ancora bene. Non so se è stato Eastwood ad attirarmi, a farmelo vedere 3 o 4 volte, o indirettamente Spielberg, coinvolto anche nella post-produzione. Eliot ricorda che gli USA all’epoca erano in guerra con l’Iraq, quindi il film dovrebbe essere un minimo polemico, ma Il castoro ne parla come un film non pacifista: sono il plotone, i miei compagni ad impormi la guerra, a stare attento che i miei commilitoni non muoiano, non certo gli ideali, che usano i politici, con i quali la verità diventa dettaglio secondario, anche se Mereghetti trova comunque l’argomento ricorrente di Eastwood, ossia l’insegnamento dei padri ai figli.

Letters from Iwo Jima. Anche qui mi rendo conto che finora ho visto un’altro film: bello nella fotografia, bello nel trattare i giapponesi come umani, interessante nell’uso della lingua originale, e la cosa più straordinaria è il dittico con Flags of our fathers, per cui alcune scene sono lo specchio delle altre. Purtroppo la registrazione pessima del primo film ha causato una certa incavolatura, ma tutto è stato superato dagli altri aspetti delle vite di quei disgraziati che ad un certo punto avrebbero mangiato vermi ed erba. C’è dell’altro, come il bravissimo Ken Watanabe, al quale è stato dato un ruolo bellissimo, visto che il generale era amico degli USA e di alcuni americani. La storia è anche nella pistola, che l’attore si è inventato e che Eastwood ha inserito nel film. Eastwood quindi, durante la post-produzione di Flags of our fathers si impegola in qualcosa di potenzialmente fallimentare, e che alla fine è stato apprezzato solo dalla critica, molto meno dal pubblico e ignorato agli Oscar: “forse per spegnere sul nascere possibili polemiche”, uno dei motivi per cui l’ha prodotto…I giapponesi erano diversi dagli americani, nel perché combattere e soprattutto nel morire, accomunati ad un certo punto dall’appello al “fare il giusto”, ripreso da un soldato americano fatto prigioniero, che poi si rivela, nel film, accompagnato da assassini di gente inerme e che voleva uscire da quel casino che era la guerra.

Changeling. Ricordo che potevo prendermela con il reverendo, interpretato da John Malkovich, ma piano piano non ho saputo a cosa appigliarmi, visto che si è rivelato un buon film. Sono pure andato in cerca della mia passata recensione, perché credevo di aver scritto delle puttanate, ma sono stato bravo, anche se ciò che muove il film è ancora più drammatico della pedofilia, e si getta me*** pure alla polizia, agli ospedali psichiatrici e pure nel chiederti se quell’impiccagione sia giusta ti domandi se c’è spazio per qualcosa di buono. Le ultime scene danno il minimo sindacale di speranza, ma è una discesa nella disperazione, nell’obbrobrio, nella cattiveria. Un’altra ribelle…Ron Howard, qui in produzione, era talmente pieno di blockbuster, che l’ha passato a Clint, che c’ha messo i suoi temi.

Gran Torino. L’apice della settimana, visto a 24 ore dalla replica di Rete4, se non che, la rete ha mandato in onda un film con Seagal. Amo il mio dvd-recorder…Dovrebbe essere una sintesi dei suoi personaggi, non l’ultimo ruolo per Clint (ma l’ultima possibilità per l’Oscar come protagonista: nemmeno candidato…), testamento di idee e di film, con tutte le morti mai viste o mai volute riassunte fin dal cigarillo dello Straniero, il ruolo che ce l’ha fatto conoscere, con la sigaretta mai accesa. Torna, secondo Mereghetti, anche la responsabilità dei padri.

Invictus – L’invincibile. Io c’ho visto un film sul rugby e sull’unificazione del Sudafrica, nient’altro. Se ricordo bene però c’era anche la parte personale su Mandela e la sua famiglia, cosa più problematica del normale: attimi, scene che non avrebbero un’inizio ed una fine, tipo la scena del braccialetto. Stamattina ho tagliato col dvd-recorder la pubblicità dal film, e verrebbero fuori almeno 5 minuti di tagli…Rete4 non è più rete di cinema? Con questi dubbi ho potuto apprezzare solo l’incredibile volontà di Madiba, un pacificatore universale che meritava senz’altro il Nobel, talmente lontane dalla realtà, o meglio dal possibile le sue uscite, le sue idee. Non fa parte dei film pessimisti di Eastwood, forse perché non è stato altro che il fautore delle volontà di Morgan Freeman, che gli ha chiesto di dirigerlo. Lui si è messo d’impegno, mezzi così non se ne sarebbero mai visti senza l’aiuto degli effetti speciali. Lui c’ha messo la cam, usata, l’ho saputo dal film seguente, direttamente dal regista nelle scene della partita.

The Eastwood factor. Un documentario che sa di extra di dvd, col titolo ripreso da quello di lavorazione di Invictus. Certo, ci sono scene spiegate dal regista, ci sono delle chicche o le idee del grande vecchio, ma se ne volete sapere effettivamente di più vi consiglio Clint Eastwood – Un ribelle americano di Marc Eliot. Alcuni trivia li ho presi da lì, ma se l’avessi visto all’inizio del ciclo l’avrei apprezzato di più.

No, Hereafter non l’ho ancora recensito…

J. Edgar (a questo indirizzo la recensione completa).

Clint Eastwood riesce a farne un ritratto che supera le malefatte, e introduce la presunta omosessualità quasi con tenerezza, e si scontrano le idee retrograde di Hoover e quelle del regista, che si definirebbe di destra se non fosse per quella mano così dubbiosa, tollerante, riflessiva, oserei dire democratica, che ci pone dei dubbi da diversi lustri. Come non pensare a Million dollar baby (eutanasia), a Invictus (razzismo), a Changeling (pena di morte) quando si guarda il biopic in questione? Hoover era un personaggio controverso, a tratti geniale, che ha portato la criminologia nel futuro, ma con fisime che superano le mere preferenze sessuali, come i ricatti fatti con i testi delle intercettazioni alla mano, anche tramite gli incontri con i presidenti appena eletti. Come quindi rapportarsi ad uno come lui? E’ quasi impossibile farne una sintesi, si deve prendere qualcosa e lasciare indietro molto altro, altrimenti non basta neanche una biografia. Eastwood ripercorre i primi anni dell’FBI con i successi e il mancato appoggio dello Stato, ci fa vedere Lindbergh, si accenna a Dillinger (perché, non meritava più spazio?), si ferma sui radicali e i bolscevichi, con un ritmo molto sostenuto (non confondete lentezza con ignoranza, quindi poco interesse, sul secolo scorso, anche se non è storia nostrana), con un Hoover fermo nel voler far progredire la criminologia.

The blues – Piano blues 2579°

Mystic river 97°

Million dollar baby 90°

Lettere da Iwo Jima 422°

Flags of our fathers 1057°

Gran Torino 110°

 

2 pensieri su “Clint Eastwood – Da Fino a prova contraria (1999) a J. Edgar (2011)

  1. non riesco a votare gli altri 4
    pazienza
    GRAN TORINO è troppo bello (forse è stato l'addio di Clint, il suo testamento spirituale)

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