Francis Ford Coppola – Parte II

Ecco, io stavo per mollare, senza nemmeno un paracadute come Apocalypse now, un esempio della Top 100 assoluta che non posso guardare subito, ma dopo roba che pensavo non mi piacesse, o che non trovavo almeno interessante.

Rusty il selvaggio. Dopo Matt Dillon in canottiera, pensavo di poter rinunciare al bianco e nero, alle ingenuità dei personaggi, ai pesciolini colorati, e via discorrendo. Ma sono arrivato alla fine, e non posso che pensare a un dittico col prossimo film del post, naturale evoluzione (o involuzione, dipende dalle date di uscita al cinema) di tematiche che non ricordavo potessero far immaginare qualcosa a Coppola. Inoltre, siamo dalle parti di Cotton club e di Un sogno lungo un giorno, e mi chiedo se e come questi titoli siano del regista autore, commerciale o indipendente. Io, straabituato bene col Padrino non posso che annoiarmi.

I ragazzi della 56a strada. Meglio di Rusty il selvaggio, sicuramente, per un migliore disegno dei personaggi, per le carezze che dà ai protagonisti, per la colonna sonora ed una fotografia che piacciono al primo sguardo. La trama appare almeno esile, ma è il cast delle meraviglie (attenzione, non Perfetto) a farlo ricordare, con quello stuolo di star degli anni a venire che ti fa domandare se non altro chi l’ha composto e quanta voce abbia messo il regista, anche se non ho visto Nicolas Cage, presente in Rusty il selvaggio. Ambizioso, se non altro.

Peggy Sue si è sposata. Tornare ancora, almeno un’altra volta su questo film, se non hai un pò di amore in più per il cinema, è solo farsi del male. C’è forse il Coppola commerciale, anzi, forse già indebitato, non ne ho idea, ma i suoi familiari ci sono (inizia anche la saga dei capelli di Nicolas Cage), c’è l’oramai solita nostalgia per gli anni che furono, e una certa leggerezza che non penseresti mai di trovare nel regista di Apocalypse now. Ci mette pure la fantascienza, e ci gioca pure sopra, ma se dimenticate chi l’ha diretto forse ve la cavate.

Giardini di pietra. Ancora negli anni ’60, ancora il Vietnam, perlomeno in prospettiva. I soldati del caso sono nelle retroguardie, ad accogliere le salme dei caduti, e ti commuovi. Ma è un film drammatico con tanta ironia, no, non sarcasmo, ironia e risate improvvide. A farla da padroni ci pensano due che non immagini, ovvero James Caan e James Earl Jones, che ogni tanto se le danno, ogni tanto scelgono delle vittime e tutelano un giovane promettente, figlio di commilitone. Non finisce bene, ma il ritratto che Coppola fa di questi militari ne fa il suo miglior film degli anni ’80. L’avevo detto anni fa, lo aspettavo in tv, così, per conservarlo, ma mi sono dovuto accontentare di Infinity, quindi dello schermo del computer. Penso che esca vincitore della decina.

La vita senza Zoe. Avevo un New York stories nell’hard disk, ma me ne sono accorto tardissimo, a due terzi dei registi già svolti: quello di Woody Allen forse il migliore, quello che non si dimentica, ma gli altri due? Ho visto quello di Coppola, e mi stavo per addormentare, aiutato dall’orario post prandiale. Capisco un ritrattino della città, capirei anche la collaborazione della figlia, Sofia, alla sceneggiatura, ma non è un abbassarsi completo a infidi lavori?

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