David Lynch – Parte I

Film interruptus, roba che non subivo da mesi: Twin Peaks registrato dalla terza puntata, quindi niente pilot del regista, quindi Fuoco cammina con me! non godibile; Mulholland drive invece è scomparso dal mio archivio, mentre Lynch è inguardabile senza INLAND EMPIRE, documentario legato al film. Che sfiga…

Con oggi parte la nuova titolazione dei post sui registi, perché partire dal primo film e arrivare all’ultimo non vuol dire che li ho visti tutti. Inoltre, vorrei aggiornare più spesso il blog, e non posso aspettare, con la cadenza che mi ero prefissato di un film al giorno, 10 giorni per parlare di film. Parte I quindi, e in questo caso si riparlerà di Lynch quando avrò almeno 5 titoli da commentare.

Eraserhead. Una lacuna che finalmente ho colmato, e non mi aspettavo niente di più, niente di meno. La mia ignoranza per ciò che riguarda la lingua inglese arriva fino al pensare che “erase” voglia dire cancellare, ma io penso più alla testa di rapa del “non è detto che sia un bambino”, mentre la capigliatura del protagonista non permette tale argomentazione. C’è di più, lo so, magari il finale da incubo è rivelatore, ma io c’ho sempre in testa quel nerd che per una notte di sesso si trova in un matrimonio combinato. Lynch parte benissimo, con le nostre incomprensioni, con ciò che inizia a non spiegare, un atto di fede per i cinefili più puri, un dato di fatto per gli altri. Faceva esperimenti sulla fotografia, che sarà fulgida dal film successivo.

The elephant man. Dovrebbe essere almeno la seconda volte ne parlo nel blog. Uno dei film con una trama che fila lineare, forse a causa del coinvolgimento del regista in un film non proprio suo del tutto. Avrei parlato a questo punto pure di Dune, e ci sarà senz’altro qualcuno che ci trova i fili logici, ma ci sono un paio di cosette che forse tornano più avanti: lo sfregio del pudore, che qui non permette alcuna immaginazione su come sia l’uomo elefante, quindi mostrando tutto, anche un corpo martoriato, e l’estremizzazione della diversità, della perversione, con i clienti del guardiano dell’ospedale. D’altra parte è il film più poetico del regista, proprio nei momenti finali c’è una frase tanto semplice, quanto commovente: “sono un essere umano!”. I personaggi di Anne Bancroft, di Anthony Hopkins, già umanisti, vengono superati da quella figura altissima che è la capo infermiera. Ditemi voi se non è il film più positivo di David Lynch, che ci dà qualche speranza appena ci sentiamo diversi.

Velluto blu. La perversione totale nel personaggio di Dennis Hopper, e non potete immaginare quanti incubi mi abbia creato quell’uomo. C’è comunque la figlia di Ingrid Bergman, sottolineo la figlia di Ingrid Bergman, Isabella (e un nome così…) Rossellini, che prima fa piacere scoprire (avrò avuto almeno 18 anni la prima volta che ho visto Velluto blu?), poi fa pena vederla così vulnerabile, fino all’atto finale, quando te la vedi davanti casa tua nuda e sotto shock. Ditemi voi se non è perversione questa…Tutto inserito nella provincia americana, due studentelli nemmeno in vena di anticonformismo, delle famiglie responsabili, coi vigili del fuoco che scorazzano sorridenti, ma con un tale delinquente che non troverai mai, neanche se lo vai a cercare. Inizio a vedere uomini strani che girano con valigie di pelle e con strane sopracciglia, dei misteriosi personaggi che tornano più che volentieri nei film di Lynch.

Cuore selvaggio. Uno così dovrebbe avere, tra qualche decennio, un bell’Oscar alla carriera per i registi che l’hanno voluto, ma anche per i successi commerciali e per i suoi capelli. Certo, ne ha fatte di cazzate, ma Nicolas Cage potrebbe essere una vera star se avesse più criterio nello scegliere i film che fa. Ma qui stiamo parlando di Lynch, ed ecco che c’è una piccola grande storia d’amore, perversa, certo, con tantissimo sesso, ed il solito rompipalle che ti si infila nei momenti più brutti del regista. Qui è Willem Dafoe a prendersi la palla ad effetto, quello che si prende la briga di fare il perverso, e non ditemi molestatore che siamo a livelli di pura follia, nemmeno nei porno si arriva a tanto. Laura Dern è stata giovane, ho appurato, ed ho capito come è venuta fuori, ma non arriverei mai a pensarla come la ragazza di Sailor, piuttosto come compagna di Ben Harper, quello si.

Strade perdute. Ecco, le solite divagazioni di Lynch, quelle che fanno pensare, o immaginare, o adorare il regista. Non ti dice mai perché, due personaggi che si confondono dobbiamo prenderli come dati di fatto, nient’altro, o li accetti o ti vai a rifugiare dalle parti del cinemino del sabato sera, dove tutto è logico e comprensibile. No, le lost highways di Lynch ti portano lontano (dovrebbe essere il terzo film con quelle striscie delle strade), ma non ti dicono dove e perché. E’ uno spettacolo puro, magari ad una seconda visione ne capisci di più, ma basta Patricia Arquette? Il solito delinquente c’è, il solito omino preoccupante non manca, e tutto quel noir ti cade addosso con un pò di soddisfazione, tranquillità…

In Top 2500:

  • Eraserhead 412°
  • The elephan man 145°
  • Velluto blu 688°
  • Cuore selvaggio 1088°
  • Strade perdute 1773°

 

 

Un pensiero su “David Lynch – Parte I

  1. Il mio regista preferito assieme a Tarantino.
    Ho votato Velluto Blu perché forse il senso di stranezza di un piccolo paesino (e il tir con i tronchi!) mi rimanda a Twin Peaks (il mio telefilm preferito di sempre).
    Ma Strade Perdute contiene una delle scene più allucinanti dell'opera omnia del buon David!

    Ci sentiamo per la parte due! :)

    Moz-

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